26 agosto 2019
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Mafia: Trattativa Stato-Mafia - Processo Stato-Mafia

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"Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Vito Ciancimino"

di Giorgio Bongiovanni - 1° luglio 2013

Fonte e Link: http://www.antimafiaduemila.com/2013070143745/giorgio-bongiovanni/toto-riina-qlagenda-rossa-rubata-dai-servizi-segretiq.html

Il boss mafioso detenuto nel carcere di Opera a Milano è un fiume in piena, le sue dichiarazioni toccano quegli eventi che hanno determinato la svolta nella storia del nostro Paese, consentendo il transito dalla Prima alla Seconda Repubblica e la salita di Cosa nostra sul carro dei vincitori.

A partire dal famoso ‘papello’ contenente le richieste avanzate dalla mafia siciliana, nel cui contesto spicca il ruolo di Giovanni Brusca, oggi collaboratore di giustizia. Brusca, ha dichiarato Riina, fu “il primo a parlare del 'papello'”, ma "non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti”. Per poi parlare della famosa e mai più ritrovata agenda rossa del giudice Borsellino: “La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi”.


Secondo il capomafia Cosa nostra non avrebbe mai potuto organizzare due stragi come quelle di Capaci e via D’Amelio senza l’appoggio di altri personaggi appartenenti ad ambienti para istituzionali: “Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse, come è che sono responsabile di tutte queste cose?”. E ancora: “Nella strage di Capaci – ha continuato Riina - mi hanno condannato con la motivazione che essendo io il capo di Cosa nostra non potevo non sapere come è stato ucciso il giudice Falcone. Lei mi vede a me a confezionare la bomba di Falcone?”.
 Le rivelazioni - riferite da La Repubblica - che l’ex capo di Cosa nostra ha rilasciato qualche settimana fa  ad alcuni agenti del gruppo speciale della polizia penitenziaria, fanno parte di una relazione che è stata oggi depositata al processo sulla trattativa tra Stato e mafia, nell’ambito della quale, asserisce Riina: “Sono stati loro a venire da me non io da loro”, aggiungendo poi che “Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino”. Frasi criptiche che dovrebbero in realtà tradursi in una concreta collaborazione con la giustizia. 
“Le ripetute e ravvicinate affermazioni del Riina su vicende processuali o fatti che lo riguardano (come l'arresto) appaiono anomale rispetto a un atteggiamento che da sempre lo ha contraddistinto, di 'riservatezza' nell'approccio con gli operatori tutti” ha detto Giacinto Siciliano, direttore del carcere di Opera, secondo il quale la “’loquacità’ di Riina "potrebbe avere un preciso significato quanto essere riconducibile a un deterioramento cognitivo legato all'età”.
Il boss corleonese, parlando con gli agenti, si è inoltre dichiarato “andreottiano da sempre”: “Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre” ha detto durante una pausa di processo della trattativa all’agente che gli domandava se fosse vera la storia del bacio tra lui e Giulio Andreotti. 
Inutile dire che possono essere fatte innumerevoli congetture sul motivo che ha spinto Totò Riina, il quale ha sempre negato di essere a conoscenza della trattativa, a rilasciare dichiarazioni di tale peso. La verità è che Riina è ben consapevole, essendo condannato a numerosi ergastoli, che, come quasi tutti i capi di Cosa nostra (escluso Matteo Messina Denaro, tuttora latitante)  non uscirà mai più dal carcere. La ragione più plausibile che si nasconde dietro questa improvvisa inversione di rotta è che il capomafia voglia lanciare un messaggio, ricordando tutti i segreti di cui è a conoscenza. Finchè rimane in vita, Riina è una bomba pronta a esplodere in qualsiasi momento contro quello Stato-mafia che ancora oggi occupa le stanze del potere. 
Non è un caso, nè la prima volta che Riina fa delle rivelazioni proprio a ridosso dell’anniversario della strage di via d’Amelio. Nel luglio del 2009, dopo diciassette anni di silenzio, disse sull'uccisione di Paolo Borsellino che “L'ammazzarono loro”. E poi - riferendosi agli uomini dello Stato - aggiunse: “Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi”. 
Riina, o chi per lui, sta lanciando nuovi messaggi intimidatori: forse Cosa nostra, ancora una volta, vuole ricattare lo Stato-mafia? Aspettiamo e vedremo.

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Trattativa Stato-mafia, l'accusa replica: “Richieste di incompetenza infondate”

Fonte e Link: http://www.antimafiaduemila.com/2013070143738/primo-piano/trattativa-stato-mafia-laccusa-replica-richieste-di-incompetenza-infondate.html

di Miriam Cuccu - 1° luglio 2013
La competenza a giudicare il processo sulla trattativa Stato-mafia appartiene alla Procura di Palermo. È quanto hanno oggi ribadito i pubblici ministeri Roberto Tartaglia e Antonino Di Matteo rigettando le eccezioni sollevate nella scorsa udienza dai legali di quasi tutti gli imputati al processo sulla trattativa Stato-mafia, esclusi il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, Massimo Ciancimino, l’ex ministro Calogero Mannino (per il quale si procederà con il rito abbreviato) e il capomafia detenuto Bernardo Provenzano (la cui posizione è stata stralciata per le sue precarie condizioni di salute).
Nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo, dove davanti alla Corte d’Assise ex politici ed ex uomini del Ros vengono accusati di essere scesi a patti con Cosa nostra, l’accusa ha replicato alle richieste di trasferimento del processo (a Roma o a Firenze, secondo alcuni legali) con un secco rifiuto. Il processo “deve restare a Palermo, sua sede naturale” ha affermato il pm Tartaglia nel corso della replica.
L’avvocato di Nicola Mancino (allora ministro dell’Interno e oggi accusato di falsa testimonianza) aveva precedentemente invocato per il suo assistito la competenza del Tribunale dei Ministri a Roma, sostenendo che il reato contestato sarebbe ministeriale. Mancino avrebbe infatti avuto contatti con gli ex uomini del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, accusati di essere stati i mediatori tra i vertici di Cosa nostra e quelli delle istituzioni, proprio in qualità della carica svolta. Tuttavia, “manca la coincidenza tra esercizio della funzione di ministro e il fatto contestato: quando Mancino ha fatto la falsa testimonianza - ha ribadito Tartaglia - non era ministro”.

Stesso “no” categorico anche per l’eccezione di incompetenza per materia. Nella scorsa udienza numerose difese avevano sollevato il fatto che il reato di violenza a corpo politico dello Stato sarebbe di competenza del tribunale. Il reato sul quale potrebbe esprimersi la Corte d’Assise di Palermo sarebbe l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima, importantissimo anello di congiunzione tra Cosa nostra e la corrente andreottiana della Dc, per il quale è accusato il solo Provenzano. L’ex capomafia però non potrà essere giudicato a causa delle sue condizioni di salute. Da qui la richiesta di trasferimento avanzata da quasi tutti i legali degli imputati. Nino Di Matteo, intervenuto subito dopo Tartaglia, ha però affermato che la richiesta è del tutto infondata in quanto esiste una stretta connessione tra i due reati: l’uccisione di Lima – primo atto della strategia stragista perpetrata da Totò Riina che portò alla trattativa –  e il reato di violenza a corpo politico Stato, da intendersi come “mera minaccia che ha provocato non la paralisi assoluta del corpo politico, ma il suo oggettivo condizionamento deviante rispetto alla fisiologia della piena autonomia decisionale”. Se i due reati, come in questo caso, hanno pari gravità, la priorità va attribuita a quello che è stato consumato per primo. Secondo Di Matteo, quindi, il processo deve restare a Palermo perché è proprio qui che ha avuto luogo il primo reato, l’omicidio Lima.
La Corte si pronuncerà sulle questioni sollevate nella prossima udienza che si terrà il 4 di luglio.

 

Processo trattativa Stato-mafia: la paura degli imputati "eccellenti" (e non solo)

Fonte e Link: http://www.antimafiaduemila.com/2013062743687/primo-piano/processo-trattativa-stato-mafia-la-paura-degli-imputati-qeccellentiq-e-non-solo.html

 

di Lorenzo Baldo - 27 giugno 2013
Palermo. “Trattativa Stato-mafia: il processo resti qui”. Basterebbe rileggere l’appello scritto sullo striscione del movimento delle agende rosse della Campania, affisso di fronte all’ingresso dell’aula bunker dell’Ucciardone, per riassumere l’udienza odierna del procedimento “Bagarella + 9”. Davanti a quella che fu l’aula del Maxi Processo si ritrovano diversi cittadini venuti dalla Lombardia, dalla Campania e dal Piemonte. Sono qui per chiedere che il processo istruito da Nino Di Matteo insieme a Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia (le cui indagini inizialmente sono state coordinate da Antonio Ingroia, al quale è subentrato successivamente Vittorio Teresi) non si sposti da Palermo. Insieme a loro ci sono alcuni esponenti di Libera e della società civile palermitana. Si ritrovano sugli stessi spalti ad ascoltare un’udienza dove invece si materializza il tentativo opposto. Gli avvocati di quasi tutti  gli imputati (ad esclusione di Giovanni Brusca e Massimo Ciancimino, così come di Calogero Mannino, nei confronti del quale si procederà con rito abbreviato, e ad esclusione di Bernardo Provenzano, la cui posizione al momento è stralciata per motivi di salute), in un modo o nell’altro, chiedono lo spostamento di questo processo.

O addirittura richiedono l’annullamento del provvedimento di rinvio a giudizio con conseguente azzeramento dell’iter processuale. Ecco quindi che i legali di un uomo delle istituzioni come Nicola Mancino (ex ministro ed ex vicepresidente del Csm), imputato di falsa testimonianza, chiedono ai giudici di stralciare la posizione del loro assistito da quella degli altri imputati e trasmettere gli atti alla Procura affinchè li invii al tribunale dei ministri. I legali dell’ex ministro sollevano inoltre la questione di incompetenza della Corte d’Assise sul reato di violenza a corpo politico dello Stato e di concorso in associazione mafiosa, contestati a vario titolo agli imputati, che, secondo la loro tesi, andrebbero trattati dal tribunale. Di fatto era stato lo stesso gup Piergiorgio Morosini ad individuare nella Corte il giudice competente in quanto tra gli imputati c’era Bernardo Provenzano che rispondeva dell’omicidio di Salvo Lima, reato di competenza della Corte d’Assise. Ma la posizione del boss di Cosa Nostra era stata successivamente stralciata per i suoi gravi problemi di salute. Da qui l’immediata strategia difensiva di quasi tutti gli imputati mirata a richiedere lo spostamento del processo (così da toglierlo definitivamente alla Corte di Assise di Palermo): da Totò Riina a Leoluca Bagarella, da Antonino Cinà a Marcello Dell'Utri, da Nicola Mancino a Mario Mori, da Antonio Subranni fino a Giuseppe De Donno. In un valzer di istanze incrociate fondate sull’interpretazione della perpetuatio iurisdictionis viene chiesto anche di spostare il processo a Firenze, altri chiedono che a giudicare sia un tribunale di Roma, altri ancora invocano la “nullità” del decreto del rinvio a giudizio nel quale verrebbe esplicitato troppo il contenuto di elementi probatori. A tutti gli effetti il procedimento penale sulla trattativa Stato-mafia provoca negli imputati “eccellenti” - e non solo - una vera e propria paura. Paura che uno dopo l’altro possano finire in questo calderone giudiziario altri “impuniti” o “intoccabili”; ma è anche la paura nei confronti di quei magistrati del pool di Palermo, integerrimi e preparati, che potrebbero finalmente fare luce sul biennio stragista ‘92/’93, ad alimentare questi fantasmi. Ed è sempre quello Stato-mafia a temere maggiormente questo processo, perché la verità sulla trattativa potrebbe rivelarsi talmente dirompente da dover riscrivere interi decenni della nostra storia.
Prossima udienza lunedì 1 luglio, in quella occasione i pm esprimeranno il loro parere sulle eccezioni di competenza sollevate dalla difesa.

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"Trattative e depistaggi. Quale stato vuole la verità sulle stragi?" - 18 luglio 2012

Fonte: Antimafia Duemila

Pubblicato in data 20/lug/2012

Mercoledì 18 luglio 2012 alle ore 20.30 a Palermo, presso l'Atrio della Facoltà di Giurisprudenza in via Maqueda, 172, in occasione del 20° annivarsario della strage di via D'Amelio, ANTIMAFIADuemila ha organizzato l'incontro "Trattative e depistaggi. Quale stato vuole la verità sulle stragi?"


Sono intervenuti
Salvatore Borsellino, Fratello del giudice assassinato da Cosa Nostra

Antonio Ingroia, Procuratore aggiunto della Dda di Palermo

Antonino Di Matteo, Pubblico Ministero della Dda di Palermo

Roberto Scarpinato, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta

Domenico Gozzo, Procuratore Aggiunto di Caltanissetta

Saverio Lodato, scrittore e giornalista

Giorgio Bongiovanni, giornalista e direttore di ANTIMAFIADuemila

Ha moderato
Anna Petrozzi, giornalista e caporedattore

Saluti
Rita Borsellino, Sonia Alfano, Leoluca Orlando, e del preside della facoltà Antonio Scaglione


IL NOSTRO COMMENTO: Siamo vicini! La verità prima o poi verrà a galla!

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