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18 settembre 2021
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Cronaca e attualità

Blockchain2

Blockchain e settori di applicazione

Scritto da Avv.tessa Delfino

Con il termine blockchain si definisce la tecnologia che sfrutta, in modo univoco e sicuro, le caratteristiche di una rete informatica di nodi atta a gestire e aggiornare un registro che a sua volta è strutturato in una catena di blocchi contenente dati ed informazioni.
In Italia la blockchain viene definita dall’articolo 8 ter  del Decreto Legge 135/2018 convertito nella legge 12 del 2019  che, al comma 1, inserisce la stessa all’interno della categoria delle tecnologie basate su registri distribuiti, ossia delle “tecnologie e  protocolli informatici che usano un registro condiviso, distribuito, replicabile, accessibile simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche, tali da consentire la registrazione, la convalida, l’aggiornamento e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non alterabili e non modificabili”.
In poche parole la blockchain è sostanzialmente un libro mastro nel cui sistema vengono registrate delle operazioni che non possono essere in alcun modo snaturate, modificate o manomesse. Le caratteristiche peculiari di questo sistema innovativo sono decentralizzazione, trasparenza, sicurezza, immutabilità e consenso.
Inoltre, la blockchain può essere applicata sia a beni virtuali, sia a beni materiali. In particolare questi ultimi sono suscettibili di essere dematerializzati, ossia trasformati in digitale, e di essere registrati e conservati.
Tale attività è foriera di plurime utilità in quanto rende agevole la constatazione della proprietà dei beni registrati e fornisce un quadro storico dei beni medesimi trascrivendone la sequenza cronologica di ognuna e tutte le eventuali alienazioni che dovessero intervenire; in pratica è come se ci si trovasse a consultare un registro notarile.
La blockchain, fino a poco tempo fa è stata associata esclusivamente al mondo dei bitcoin e delle transazioni. Tuttavia tale associazione è molto riduttiva dato che, a livello mondiale, si sta assistendo ad un’evoluzione e a un’affermazione della blockchain in molteplici settori quali ad esempio la cybersecurity, il diritto d’autore, il diritto industriale, il voto elettorale, il settore alimentare, il monitoraggio e la compravendita di armi e il settore delle P.P.A.A. e delle Università.
 
2. Smart contract: introduzione
In ambito giuridico, l’applicazione tecnologica del contratto che sfrutta il sistema blockchain prende il nome di smart contract o contratto intelligente. Il termine smart contract è stato coniato dall’informatico Nick Szabo nel 1996 per indicare “protocolli di transazione informatizzati che eseguono i termini di un contratto”.
L’idea innovativa dalla quale era partito Szabo, è stata quella di automatizzare l’esecuzione delle prestazioni contrattuali inserendo una serie di clausole contrattuali tradotte in codici all’interno di un software, al fine di rendere impossibile l’inadempimento di una delle parti. In ragione di ciò l’informatico ha proposto di agganciare tali contratti ai beni digitali in maniera tale da svincolarne la conclusione dall’agire umano. Per rendere ciò possibile, occorre affiancare le tecniche crittografiche alle firme elettroniche in modo da poter attribuire con assoluta certezza la paternità delle transazioni alle parti e garantire la sicurezza delle transazioni medesime.
Prima dell’idea proposta da Szabo, quindi intorno all’inizio degli anni ‘90, si parlava non di contratti intelligenti, ma di un mero assemblaggio di documenti legali attraverso un software, il cui compito era semplicemente quello di ridurre al minimo l’immissione dei dati, il tempo di redazione dei documenti e gli eventuali errori umani. In buona sostanza si trattava di un software utilizzato per l’automazione di documenti che estraeva le informazioni giuridiche attraverso un questionario generato dal sistema che restituiva il documento agli utenti.
Gli smart contract rappresentano, quindi, l’evoluzione del sistema di assemblaggio dei documenti sopra ricordato e trovano una loro funzionale e organica definizione nella norma di cui all’articolo 8 ter comma 2 del D.L. 135/2018, convertito nella legge 12 del 2019.
Lo smart contract è dunque “un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse”.
Questo tipo di contratto ha anche il vantaggio di soddisfare l’essenziale carattere della forma scritta e lo fa, previa identificazione informatica delle parti interessate, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale che consiste nell’uso di tecnologie basate su registri distribuiti che consentono, a loro volta, la memorizzazione dei documenti informatici.  
Tale processo produce gli effetti giuridici della validazione temporale elettronica di cui all’articolo 41 del Regolamento (UE) n. 910/2014 del Parlamento e del Consiglio d’Europa del 23 luglio 2014, rendendo lo smart contract valido all’interno dell’UE.
 
3. Smart contract: caratteristiche e applicazione della tecnologia blockchain
Gli smart contract si basano sulla logica del “if-this- then-that”, vale a dire che al verificarsi di un presupposto (this) previsto all’interno del contratto ne consegue un risultato (that). Tali contratti hanno dunque la capacità di far rispettare le proprie clausole e di avere pronta ed immediata esecuzione senza il supporto di una parte esterna.
Ad esempio, se una clausola prevede che una parte in caso di inadempimento debba versare una somma di denaro all’altra parte, nel momento in cui si verifica tale condizione, la somma pattuita a titolo di penale verrà versata automaticamente dal conto della parte inadempiente a quello della parte adempiente.
In poche parole gli smart contract sono simili ai contratti tradizionali in quanto sono costituiti da clausole, ma si differenziano da questi ultimi in quanto caratterizzati dalla peculiarità di essere programmati elettronicamente e di essere inseriti su registri distribuiti. La registrazione dei contratti intelligenti permette infatti di attivare automaticamente le azioni ad essi riconnesse non appena si verificano le condizioni concordate, senza, peraltro, che le parti debbano porre in essere verifiche o attivare procedure cartacee o manuali.
Nello specifico avviene che due o più parti che identificano un interesse comune, stilano uno smart contract ed inseriscono al suo interno delle clausole contenenti le condizioni e gli effetti desiderati. Successivamente inseriscono lo smart contract nella Blockchain prescelta che a sua volta diventa il garante del contratto. Nel momento in cui la rete ottiene il consenso delle parti, il contratto esegue automaticamente le condizioni in esso previste e dopo l’esecuzione di queste ultime la Blockchain viene aggiornata dalla modifica di stato del sistema ovvero da atto del perfezionamento del contratto.
Attraverso la tecnologia blockchain il contratto assume una forma direttamente tecnologica, diversa dal linguaggio naturale (che è quello con cui l’essere umano si esprime normalmente nonché quello utilizzato nei contratti cartacei).
Ovviamente l’intervento umano è sempre necessario, almeno nella fase iniziale, in quanto sono le parti stesse a decidere di comune accordo i termini del contratto.
Innanzitutto, le parti, per poter stipulare uno smart contract devono essere in possesso di un account, ossia di un indirizzo in grado di identificare una persona, un’entità o un gruppo di persone che successivamente andrà a interagire con la blockchain. Successivamente all’interno dello smart contract vengono inseriti i beni oggetto di contratto o “assets”, che ricomprendono beni materiali, servizi, fatture e unità di valore scambiate. I beni inseriti nel contratto rappresentano quindi un insieme di valori scambiati e posseduti da una o più parti. Queste ultime, a loro volta, posseggono la chiave crittografica che consente loro di dar luogo al regolamento di un contratto che nel caso di specie deve intendersi come una sequenza logica di azioni che si occupa di porre in relazione il trasferimento di valuta coi dati tra le parti (accounts).
Il ruolo degli account è quello di identificare le parti, e di inviare al registro mastro aggiornamenti, che consistono in transazioni autorizzate, modificandone cosi lo stato. Le transazioni, prima di essere inviate al registro, vengono verificate nella loro integrità attraverso l’analisi ed il controllo dei dati contenuti al loro interno. Successivamente vengono tutte aggregate e sequenziate all’interno di un blocco.
Tutte le transazioni presenti sul libro mastro sono firmate digitalmente dal titolare di un account sulla rete. Ciò garantisce sia l’autenticazione della persona, in quanto chi non è parte della transazione non può accedervi, sia l’integrità della prestazione, in quanto la ricevuta della transazione non può essere modificata dopo che è stato eseguito il pagamento e sia l’immutabilità del contratto, in quanto eventuali modifiche poste in essere sulla transazione invalideranno la firma dell’emittente e la transazione medesima.
Per quanto riguarda le singole clausole contrattuali vengono discusse ed approvate da entrambe le parti prima di essere immesse nella catena. Una volta approvate, le stesse vengono inserite nel primo blocco ed è qui che avviene la trasformazione delle singole clausole da linguaggio naturale in linguaggio crittografato in grado di essere compreso dal sistema blockchain.
Le parti quindi immettono nella catena, attraverso le proprie chiavi crittografiche, le clausole che intendono eseguire nel contratto e le operazioni che il sistema svolgerà in automatico nel caso di violazione delle suddette clausole attraverso la sequenza “if/then”. Ne consegue che se il sistema registra la concreta realizzazione del fatto contenuto all’interno della clausola, il contratto progredisce; al contrario se, invece si viola il contenuto della clausola il contratto ex se provvederà ad esperire i rimedi previsti dalle parti stesse o dalla legge. Inoltre i dati relativi al contratto vengono salvati grazie all’ausilio di un sistema “backup” che evita il configurarsi di una situazione in cui una parte vanti l’esistenza un contratto con alcune clausole e l’altra parte vanti lo stesso contratto ma con clausole diverse.
Il contratto, una volta registrato, viene anche duplicato, in modo tale che, anche in caso di modifiche, risulti sempre chiaro quale sia l’originale condiviso dalle parti stesse.
Infine su ogni dispositivo-nodo di ciascun partecipante, viene memorizzata anche una copia dell’intero registro in maniera tale che ogni record informativo contenga sia la copia delle transazioni e dei dati corrispondenti in un formato prestabilito, sia il blocco contenente le transazioni eseguite in ordine temporale, protetto da un codice Hash.
 
4. Smart contract e contratti tradizionali: estensione delle leggi codicistiche
Gli “smart contract” non godono di una disciplina giuridica autonoma, per questo alcuni ordinamenti hanno cercato di disciplinarli assimilandoli ai contratti tradizionali. Ciò, però, non è sempre agevole in quanto, anche se in linea di principio i requisiti essenziali sono i medesimi, sussistono comunque delle differenze tra le due tipologie contrattuali.
Tuttavia se si analizza la disciplina prevista dall’ordinamento italiano si evince che i requisiti essenziali del contratto previsti dal nostro Codice Civile possono tranquillamente applicarsi agli smart contract. Ne consegue che le nostre norme possono costituire la base giuridica per poter sviluppare una normativa ad hoc che tuteli a 360 gradi anche queste forme contrattuali.
Secondo l?articolo 1325 Codice Civile il primo requisito del contratto è costituito dall’accordo tra le parti mentre il secondo è quello della volontà delle parti che ne sostanzia il fondamento, e l’essenza del contratto medesimo. Ne consegue che le parti sono libere di decidere se, e in che modo, il contratto debba incidere sulle proprie sfere giuridiche.
Tuttavia nell’ambito dell’accordo, inteso come volontà contrattuale delle parti perfezionata, occorre distinguere tra due fattispecie: il caso in cui la volontà contrattuale dichiarata sia stata direttamente trasmessa per via elettronica e il caso in cui, invece, sia stata formata attraverso un sistema informatico e successivamente trasmessa così come avviene per gli smart contract. Nel primo caso, dato che la volontà contrattuale è già? formata, il sistema informatico o telematico si connota quale semplice mezzo di trasmissione. Ciò, peraltro, non determina alcun rilevante problema nell’individuazione del configurarsi della volontà contrattuale e, quindi, dell’accordo così come disciplinato dal codice civile.
Nel secondo caso, invece, la volontà? contrattuale si forma direttamente tramite il sistema informatico che successivamente la trasmette. In questa ipotesi, occorre dunque distinguere due momenti distinti: e cioè il momento in cui si forma la volontà contrattuale e il momento della dichiarazione della volontà contrattuale all’interno del registro.
Tale distinzione determina non pochi problemi per quanto riguarda l’applicazione della disciplina dei vizi della volontà così come disciplinata dall’articolo 1390 Codice Civile in quanto risulta arduo individuare l’elemento soggettivo che è appunto rappresentato dalla volontà delle parti.
Oltretutto è anche difficile determinare se un eventuale errore possa riguardare il momento di formazione della volontà comune, il che costituirebbe un’ipotesi di annullabilità, ovvero se l’errore sia soltanto formale, come può essere l’errore intervenuto nel dichiarare la volontà, non potendo, quindi, applicarsi in questa seconda circostanza l’ipotesi della disciplina dei vizi, in quanto non si prefigura un errore determinante del consenso.
Non sembra invece destare particolari problemi il caso in cui, sia lo stesso software a gestire la conclusione automatica del contratto, come avviene per gli smart contract. In questo caso, infatti, la fase di programmazione, intesa come definizione del programma, coincide anche con la fase di formazione di volontà contrattuale all’interno della rete. Ne consegue che sono dunque le parti stesse a decidere il tipo di software e le clausole contrattuali da utilizzare. In tal modo si va perfezionare la volontà contrattuale con l?utilizzazione dello stesso procedimento.
Detta prospettiva è stata criticata da una parte minoritaria della dottrina (Renato Borruso, fautore della teoria dell’imprevedibilità del computer) che considera la volontà inserita nel contratto come una volontà condizionata al verificarsi di determinati eventi, nel senso che la volontà del programmatore trasferita e depositata nel programma, deve intendersi condizionata, visto che è impossibile che il programmatore medesimo possa prevedere tutte le possibili decisioni del computer. In verità, va subito detto che tale ipotesi di pensiero non trova applicazione negli smart contract in quanto il software è corretto e affidabile, grazie al sistema della blockchain che lo rende quindi assolutamente prevedibile.
Al contrario, secondo la dottrina prevalente, una volontà può definirsi condizionata, in senso giuridico, solo quando il contratto è già stato perfezionato. Invece nella fase di negoziazione, anche se le parti esprimono ciascuna la propria volontà, il contratto non è ancora perfezionato, e di conseguenza non sussiste nessun tipo di obbligo o contratto tra la parte e il software (es. mandato o qualsiasi altro tipo di contratto) in quanto il software è privo di soggettività giuridica. E questo perché i contratti informatici, nella maggior parte dei casi, si perfezionano con l?avverarsi di un evento atteso che non appare possibile parlare di volontà condizionata quando il contratto non si è ancora perfezionato.
Con riferimento agli smart contract, prevale la seconda tesi ovvero quella a favore della formazione della volontà, in quanto i termini del contratto sono concordati dalle parti ed il contratto stesso non potrà perfezionarsi senza l?avverarsi di quanto è stato previsto in sede di negoziazione delle clausole dai contraenti. Inoltre, occorre ancora ricordare che in questi tipi di contratto il software di programmazione è automatizzato, e quindi non necessita di alcun intervento umano, pertanto in caso di violazione del contratto ove il software non possa porre rimedio, sarebbe comunque sempre possibile esperire i rimedi tradizionali previsti per le parti.
Come è ben noto l’accordo tradizionale disciplinato dall’articolo 1326 Codice Civile si perfeziona tramite lo schema classico di proposta/accettazione. Tale schema negli smart contract, si realizza istantaneamente in quanto le parti nello stilare il contratto sono concordi nel contenuto. Qualora non si perfezioni lo schema, non sarà possibile creare una blockchain e, quindi, avere uno smart contract. Per esempio, se Tizio e Caio che intendono sviluppare uno smart contract, immettono nel sistema due clausole diverse si verificherà una situazione di incongruità sia con il blocco precedente e sia tra le clausole immesse dalle due chiavi, di guisa che non sarà possibile avanzare con la catena e, di conseguenza, creare lo smart contract.
Un altro elemento essenziale del contratto è l’oggetto che, secondo l?articolo 1346 Codice Civile, deve essere “possibile, lecito, determinato o determinabile”. La “possibilità” dell’oggetto è ravvisabile sia in senso materiale, sia in senso giuridico. Difatti quando si stipula un contratto non è necessaria la sussistenza all’attualità del bene, ben potendosi configurare un?ipotesi in cui l?oggetto sia un bene futuro.
L?inesistenza del bene, invece, comporta l?impossibilità originaria del contratto, circostanza che si verifica quando l’oggetto è un bene insuscettibile di esistenza o identificazione. Per quanto riguarda invece l’ipotesi d’impossibilità sopravvenuta, si applica il principio di conservazione del contratto, quindi il contratto deve essere considerato valido, anche se temporaneamente impossibile, se la possibilità sopravviene prima della scadenza del termine o prima dell?avverarsi della condizione sospensiva.
L?oggetto deve essere altresì “lecito”, ossia il contratto non deve integrare una violazione di un divieto sancito dalla legge pena la nullità dello stesso. La “determinatezza” o “determinabilità” dell?oggetto, invece, costituiscono il terzo e ultimo requisito. L?accordo deve contenere informazioni sufficienti per far sì che il rapporto contrattuale sia determinato o determinabile. La determinabilità può anche non riguardare tutti i singoli aspetti del contratto, purché il nucleo essenziale del contratto venga stabilito direttamente dalle parti. In poche parole devono essere chiare la causa e la natura delle prestazioni principali. Inoltre, nei contratti in cui è richiesta la forma scritta “ad substantiam” la qualificazione della “determinabilità” del contratto viene valutata attraverso l’esame degli elementi del contratto stesso. Per quanto riguarda gli smart contract possono tranquillamente applicarsi i principi codicistici in quanto non configgono con la forma digitale.
Un ulteriore requisito essenziale del contratto è “la causa”, ossia la ragione pratica del contratto, cioè l?interesse che l?operazione contrattuale è diretta a soddisfare.
L?articolo 1322, comma 2 indica che “Le parti possono anche concludere contratti che non appartengano ai tipi aventi una disciplina particolare, purché siano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico.” In base a questo assunto, quindi, indipendentemente dalla tipicità del contratto, la causa è un elemento essenziale e la sua mancanza comporta la nullità del contratto stesso. La causa è quindi la ragione concreta del contratto e tale principio si applica anche agli smart contract.
Ultimo requisito secondo la disciplina giuridica tradizionale, è la forma, “quando risulta che è prescritta dalla legge sotto pena di nullità”. La forma scritta “ad substantiam” è richiesta per una serie di contratti, come ad esempio quelli che hanno come oggetto beni immobili.
Per quanto riguarda gli smart contract si parla a “forma elettronica”, sulla cui definizione del termine esistono varie teorie. Secondo la prima “il documento elettronico è frutto dell’elaborazione della macchina, là dove l’operatore affidi ad essa l’atto, la dichiarazione o il dato” (V. Franceschelli), vale a dire che i documenti elettronici possono essere letti solo attraverso un elaboratore. Secondo un’altra teorica (E. Giannantonio), invece, esistono tre tipi di documenti informatici che si distinguono in ragione all?input, in base al tipo di elaborazione nonché e in base all?output.
Nell’ambito di questi ultimi vi è una distinzione tra documenti elettronici in senso stretto e documenti elettronici in senso lato, o documenti informatici. I documenti elettronici in senso stretto sono documenti memorizzati in forma digitale e non direttamente percepibili dall’uomo, mentre, i documenti elettronici in senso lato, sono quei documenti che non necessitano di un intervento di apposite macchine traduttrici per essere compresi.
A livello internazionale, l?UNCITRAL (la Commissione delle Nazioni Unite per il diritto commerciale internazionale) si è occupata di fornire una definizione di forma elettronica e di come trattare i problemi giuridici che ne derivano attraverso il fuctional equivalent approach, procedimento questo che consiste nell’individuare, caso per caso, la funzione della scrittura e la sua sostituibilità con la forma elettronica. Secondo l’articolo 2702 del nostro Codice Civile, il requisito della forma scritta è soddisfatto quando il documento è scritto e sottoscritto dalle parti.
Il Decreto Legislativo 13 dicembre 2017, n. 217, recante le modifiche e le integrazioni al “Codice dell?Amministrazione Digitale” è intervenuto in ordine a questo aspetto. Attualmente, infatti, l’articolo 20 della prefata normativa, dispone  che il documento informatico soddisfi il requisito della forma scritta  che fa piena prova ai sensi dell’articolo 2702 Codice Civile, anche qualora detto documento sia “formato, previa identificazione informatica del suo autore, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall?AgID ai sensi dell?articolo 71 con modalità tali da garantire la sicurezza, integrità immodificabilità del documento e, in maniera manifesta e inequivoca, la sua riconducibilità all’autore”.
Secondo questa disposizione, quindi, il documento rispetta i requisiti previsti dall’articolo 2702 Codice Civile anche quando il suo autore sia previamente identificato e il processo di creazione del documento garantisca l’identità e l?immodificabilità del documento creato. Ciò avviene nel caso dello SPID che utilizza la tecnologia blockchain e consente l’identificazione del cittadino a cui viene affidata un’identità digitale perché diventa così possibile identificare informaticamente il soggetto. Ne consegue che blockchain è atta a garantire l?immodificabilità, l’integrità e la sicurezza del documento e la riconducibilità all’autore anche se tuttavia è priva di un certificato elettronico che ricolleghi una firma elettronica al soggetto a cui è stata rilasciata.
Tuttavia le recenti modifiche in tema di rapporti tra i cittadini e PP.AA. e l’influenza dell’ Unione Europea hanno favorito esponenzialmente l’applicazione di questa tecnologia aprendo numerose vie alla possibilità di classificare la forma digitale crittografata, tipica della tecnologia blockchain, come forma scritta secondo il Codice Civile e, anche se ad oggi non è  stata emanata alcuna pronuncia in tema di blockchain nello specifico, è auspicabile tanto un’estensione della normativa attuale agli smart contract oppure la determinazione di una regolamentazione ad hoc.
 
5. Smart contract: criticità
Gli smart contract, nonostante costituiscano una vera e propria innovazione tecnologica, presentano, però, alcune criticità che si sta cercando di superare nel senso che se da un lato detti contratti  assicurano una maggiore certezza, trasparenza, prevedibilità e affidabilità che consentono di risparmiare un considerevole quantitativo di risorse nelle fasi della negoziazione e di esecuzione contrattuale, accelerare le prestazioni e diminuire notevolmente le probabilità di inadempimento delle parti e il verificarsi di controversie e dispute tra le parti, dall’altro appaiono indiscutibilmente meno elastici e non consentono di preservare dei margini di necessaria interpretazione di cui il contratto non può fare a meno.
Difatti, l’immutabilità e l’irrevocabilità che caratterizzano gli smart contract costituiscono i punti di maggiore criticità poiché scattano automaticamente nel momento in cui gli stessi sono inseriti all’interno della piattaforma blockchain. Successivamente all’inserimento, infatti, si determina l’automatica esecuzione delle prestazioni che rende inutilizzabile l’eccezione di inadempimento.
Alcune blockchain più avanzate (come ad es. Ethereum), hanno cercato di risolvere questo problema inserendo una specifica funzione la c.d. kill o funzione di autodistruzione dello smart contract che mira a rimuovere i programmi non più impiegati, al fine di migliorare le performance della blockchain. Suddetta funzione si attiva dal nodo che ha creato lo smart contract, tramite l’inoltro di una transazione con l’inserimento nella blockchain del corrispondente codice elettronicamente firmato.
Ciò consente alle parti di inserire la funzione di autodistruzione all’interno dello smart contract e eventualmente di prevedere, in un accordo a latere, i casi in cui attivarla in modo da consentire alla parte adempiente, nel momento in cui la prestazione non venisse erogata, di adire alle vie legali per ottenere sia la risoluzione contrattuale sia “l’eliminazione” del contratto dalla blockchain mediante la funzione di autodistruzione.
Alla luce di quanto sopra, la risoluzione dello smart contract assume connotati diversi rispetto alla risoluzione del contratto tradizionale, in quanto la cessazione dell’efficacia dello stesso tra le parti non avviene automaticamente a seguito di una pronuncia, ma presuppone che la parte che ha creato e inserito lo smart contract nella blockchain realizzi delle azioni positive.
Ne consegue che l’irreversibilità delle transazioni effettuate mediante smart contract consentirebbe alle parti di esperire solo rimedi a carattere restitutorio.
Inoltre nel caso di prestazioni infungibili, la parte adempiente dovrebbe poter accedere alla chiave privata della controparte oppure alla password del computer in cui è conservata.
Un altro aspetto controverso è dato dalla trasposizione del linguaggio dell’uomo al linguaggio formale impiegato per la stesura degli smart contract.
La criticità emerge in quanto le parti di un accordo non hanno le conoscenze e le competenze tecnico-digitali richieste per questo tipo di contrattazione e pertanto si troverebbero nella condizione di non poter agevolmente predisporre l’operatività e gli effetti prodotti dallo smart contract. Tali difficoltà comportano la necessaria presenza di terzi intermediari che, in qualità di programmatori o prestatori di servizi, si adoperano nel trasformare il linguaggio naturale in linguaggio formale comprensibile alla macchina, il che rappresenta un evidente paradosso dato che la finalità dell’utilizzo della tecnologia sarebbe quello di escludere l’intervento di terzi.
Il ruolo del terzo, poi, oltre a rivelarsi un ulteriore costo per le parti viene a configurate un nuovo concetto di fiducia in quanto le parti affiderebbero il contratto ad un altro soggetto.
Inoltre, potrebbero anche verificarsi situazioni in cui le istruzioni impartite ai programmatori e/o ingegneri informatici siano sottoposte a processi di semplificazione per agevolare la comprensione e l’esecuzione ad opera del sistema informatico. Tale attività creerebbe non pochi problemi perché semplificando il linguaggio potrebbero scaturire risultati inattesi e/o indesiderati.
Ulteriori criticità sono rappresentate dalla decentralizzazione della blockchain, e nello specifico riguardano l’attribuzione/definizione del sistema giuridico effettivamente applicabile e la difficoltà nel determinare correttamente il giudice territorialmente competente.
Alla luce, di quanto sopra lo smart contract ricava maggiore utilità e benefici in presenza di accordi che presentano un alto tasso di standardizzazione e con livelli di complessità bassa.
Difatti il primo smart contract che, è stato realizzato a Kiev nell’ottobre 2017 ha avuto ad oggetto la compravendita di un’immobile da remoto, quindi strutturalmente si è trattato di un contratto semplice.
 
6. Smart contract: conclusioni
Alla luce di quanto sopra, anche se ad oggi l’applicabilità degli smart contract è ristretta a contratti molto semplici e lineari, per via delle criticità precedentemente descritte, si auspica che, con l’implementazione della tecnologia e l’avvento di una disciplina legislativa più specifica gli smart contract e la tecnologia blockchain possano essere applicati anche a contratti più complessi, portando a compimento la rivoluzione giuridico-informatica che si sta delineando in questi ultimi anni.

 
Esclusivi

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Sanità

Seconda dose vaccino Anticovid Effetti collaterali

Possibili effetti colllaterali della seconda dose del vaccino Anti Covid

Brividi, qualche linea di febbre, mal di testa, nausea, dolore al braccio. Rispetto alla prima dose dei vaccini in corso di somministrazione contro il SARS-CoV-2 sono, questi, alcuni dei fastidi potenzialmente connessi alla seconda iniezione dopo poche settimane. Fenomeni del tutto passeggeri e senza conseguenze di sorta, ai quali sembrano più esposti i giovani e che non sono una sorpresa per i ricercatori. All’addestramento iniziale con cui l’organismo impara a riconoscere il coronavirus come nemico, segue in sostanza una nuova spinta finalizzata a garantire una maggiore (e più duratura) protezione.

Pochi trattamenti con rapporto beneficio/rischio così alto

«Se questo diffondersi dell’informazione può di per sé generare timori, soprattutto nelle persone che vedono avvicinarsi la data stabilita per la vaccinazione, i dati sin qui disponibili sono però del tutto rassicuranti soprattutto perché gli effetti collaterali registrati “sul campo” non sono dissimili né per tipologia né per incidenza da quelli osservati negli studi clinici che hanno testato i vaccini anti Covid e ne hanno dimostrato la assoluta sicurezza», spiega Raffaele Landolfi, professore di Medicina interna e direttore scientifico del Gemelli Training Center. «Né si deve preoccupare della possibile inefficacia della vaccinazione chi, come me, ha avuto pochissimi sintomi dopo la prima dose e nessun sintomo dopo la seconda. Poche cose nel nostro organismo hanno maggiore variabilità della risposta individuale agli stimoli infiammatori. E pochi trattamenti medici hanno un rapporto beneficio/rischio così alto come le vaccinazioni».

 

Conseguenze di una più vivace reazione dell’organismo

Tra gli operatori sanitari ai quali sono stati somministrati i vaccini Pfizer e Moderna, in uso ormai da più di un mese, circa un terzo ha manifestato transitori effetti collaterali quali dolori muscolari e/o febbre ma si è trattato di sintomi di breve durata e molto variabili da soggetto a soggetto. «Spesso sono stati più evidenti dopo la seconda dose a dimostrazione del fatto che questi maggiori effetti sono generati da una più vivace reazione dell’organismo alla seconda dose di vaccino», evidenzia Landolfi. «E in effetti la seconda dose ha proprio la funzione di evocare la massima risposta immunologica per dare una copertura più efficace e prolungata. Quindi niente di nuovo, di inatteso o preoccupante nemmeno nella popolazione anziana in cui il programma vaccinale è stato avviato da qualche settimana».

Dagli anticorpi maggiore capacità di rispondere alle mutazioni

In sostanza, secondo Greg Poland, che guida il gruppo di ricerca sui vaccini della Mayo Clinic, «dando una dose “di addestramento” e poi amplificandola con la seconda abbiamo sostanzialmente reclutato un esercito di soldati pronti e l’organismo è più preparato quando arriva l’invasione vera e propria». Questa amplificazione non solo rende la risposta immunitaria più efficace, ma la aiuta anche a durare più a lungo. E aumentando i livelli di anticorpi il corpo sarà anche più capace di rispondere alle mutazioni osservate come le varianti del Regno Unito e del Sud Africa, come affermato dall’immunologo Anthony Fauci.

Al via alla Sapienza studio sugli effetti della vaccinazione

La Sapienza di Roma e il Policlinico Umberto I da oggi sono impegnati insieme nel monitoraggio clinico e immunologico di tutti i soggetti sottoposti a vaccinazione anti-SARS-CoV-2. Lo studio comprenderà circa diecimila soggetti con lo scopo di valutare la risposta anticorpale nei soggetti vaccinati e di analizzare le associazioni del tipo di risposta con variabili importanti come l’età, il sesso, la presenza di comorbidità e le condizioni socioeconomiche. In tutti i soggetti verranno anche registrati gli eventi avversi dopo la vaccinazione. Lo scopo è valutare in tutti i soggetti la quantità e qualità della risposta immunitaria anti-Spike indotta dalla vaccinazione e di seguire contemporaneamente la dinamica dell’eventuale infezione e l’efficacia protettiva del vaccino, tramite la misurazione del titolo di anticorpi contro la nucleoproteina (N), specifici dell’infezione naturale. Tutti i soggetti verranno valutati anche a distanza di 6 e 12 mesi dall’inizio della vaccinazione. L’Istituto Superiore di Sanità, che collaborerà allo studio, si occuperà, nel caso di infezione dopo vaccinazione, della ricerca delle possibili varianti virali.

 

Variante inglese candidata a diventare dominante

La cosiddetta variante inglese del SARS-CoV-2, già presente in oltre cinquanta Paesi, diventerà dominante nel mondo a dire della direttrice del programma di sorveglianza genetica del Regno Unito (Covid-19 Genomics UK consortium), Sharon Peacock. «Prima ha spazzato il Paese, ma si avvia a spazzare tutto il mondo, con ogni probabilità. Il nostro lavoro di sequenziamento delle varianti del virus continuerà a essere richiesto per almeno dieci anni». Secondo l’esperta, i vaccini approvati in Gran Bretagna sembrano funzionare contro le varianti del virus presenti nel Paese. «Anche se è normale vedere varianti sul virus, solo un piccolo numero ha delle speciali caratteristiche, che possono renderlo più trasmissibile, fargli evitare gli anticorpi o influire sul vaccino o causare una forma di malattia più grave».

Luciano Maria Delfino

La visione prosopagnosica dell'attuale giurisprudenza del Consiglio di Stato in tema di interdittive antimafia

La visione prosopagnosica dell’attuale giurisprudenza del Consiglio di Stato in tema di interdittive antimafia

Tratto da filodiritto

https://www.filodiritto.com/la-visione-prosopagnosica-dellattuale-giurisprudenza-del-consiglio-di-stato-tema-di-interdittive-antimafia

Le pressoché costanti reiezioni da parte del Consiglio di Stato delle censure rivolte nei confronti delle informative antimafia, in nome di un del tutto generico “superiore interesse della difesa dei valori fondanti della democrazia”, evocano, in chi, come me cura da anni l’analisi del fenomeno senza pregiudizi manichei[1], l’immagine di un mondo in bianco e nero, il riflesso standardizzato, e per vero inquietante, di un disegno concettuale, frutto di astrazione indefinita ed indefinibile, che indiscutibilmente arreca patente pregiudizio allo scopo peculiare che dovrebbe informare la funzione della giurisdizione che è quello di assicurare ai consociati la garanzia dell’esercizio di una giustizia giusta e giammai occhiuta e cieca.

Rispetto a tale doverosa finalità l’attuale indirizzo della G.A. appare, al pari della affezione rappresentata dalla prosopagnosia, come una fotografia che non trasmette nulla e dove niente è familiare, una visione indistinta del tutto estranea ed avulsa dalla realtà ed in cui non appare agevole riconoscere le giuste peculiarità, ancorché le medesime siano di rilevanza essenziale per una corretta ermeneusi del fenomeno e si finisce, per l’effetto, di trascurare e confondere dettagli di significativa importanza. In buona sostanza è come guardare uno specchio senza ravvisare in esso alcuna immagine, neppure un semplice riflesso.

Di fronte ad un simile e purtroppo ormai cristallizzato ed obiettivamente non fisiologico indirizzo giurisprudenziale l’immediato e spontaneo interrogativo a cui occorre dare risposta è se è mai normale che in un ordinamento costituzionale democratico possa essere plausibile – senza alcuna previa determinazione dei presupposti e sulla aleatoria scorta di una valutazione di tipo prognostico possibilista –  che il potere dello Stato giunga sino al punto di comprimere diritti fondamentali, quali quelli di libertà, di proprietà e di iniziativa economica.

E se è conforme a jus  asserire a cuor leggero e per di più in termini apodittici – al solo fine di comunque legittimare il proprio monocorde e monolitico sindacato  giustiziale – che le interdittive “rappresentano la forte risposta dello Stato” tesa a salvaguardare i valori fondanti della democrazia da eventuali, probabili ma il più delle volte obiettivamente indimostrati  tentativi di infiltrazione mafiosa  tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società, delle imprese interessate e delle Amministrazioni locali, rectius prese di mira.

In realtà dette interdittive, adottate discrezionalmente dall’Autorità amministrativa, viepiù in assenza di un concreto e necessario contraddittorio endo-procedimentale, si fondano sulla mera ed astratta verifica della possibile persistenza del pericolo di contiguità con la mafia di una impresa tendenzialmente operante nell’economia legale.

Ed inoltre se è mai lecito che il sindacato giustiziale sulle conclusioni del Prefetto resti relegato alle sole ipotesi di manifesta illogicità, irragionevolezza ed al travisamento dei fatti, con l’obiettiva non fisiologica conseguenza che all’esercizio dello stesso rimane estraneo l’accertamento dei fatti, anche di rilievo penale, posti a base del provvedimento amministrativo di interdittiva.

Addirittura il G.A. si spinge sino al punto di ritenere, nonostante la palese indeterminatezza dei presupposti normativi che connotano l’informativa generica, che i medesimi non si pongano in contrasto con i principi ed i valori della Carta (articoli 3 e 117).

Per sostenere la propria, a mio parere, non commendevole azione ermeneutica tesa a legittimare l’adozione dei provvedimenti di interdittiva, la III^ Sezione del Consiglio di Stato definisce un sistema di tassatività sostanziale, persino laddove si sia in presenza di provvedimenti del giudice penale, sfavorevoli alle iniziative assunte in sede prefettizia quali le sentenze di proscioglimento o di assoluzione, quando dagli stessi emergano valutazioni che, sebbene non superino la soglia della punibilità penale, possano comunque apparire (a giudizio di chi e su quali basi esso si possa fondare) sostanzialmente sintomatiche (ancorché obiettivamente non descritte ex lege) di possibile contaminazione mafiosa.

Tutto ciò, a ben vedere appare paradossale, atteso che in uno Stato democratico di diritto ogni provvedimento dell’Autorità statuale che va ad incidere sulle libertà dei singoli – qualunque ne sia la sua natura (penale, amministrativa o preventiva) – va  necessariamente sottoposto ad una disciplina sostanziale e processuale scrupolosa ed attenta e va altresì ancorato ad un controllo giustiziale di merito e di logicità inserito nell’ambito di  un contesto procedimentale che garantisca il pieno esercizio di difesa ed il contraddittorio, atteso che nessuna esigenza di politica di contrasto alla criminalità può mai legittimare il ricorso da parte dei poteri pubblici a sanzioni atte a disequilibrare il rapporto autorità-libertà tra Stato e cittadino, posto che ogni provvedimento destinato ad incidere la sfera dei diritti dei cives deve sempre rispettare le condizioni minime per poter consentire ai potenziali destinatari di difendersi adeguatamente in giudizio dinnanzi ad un giudice che, proprio per sua naturale ed intrinseca funzione, non deve meramente ratificare la decisione amministrativa de qua, ma che è deputato a verificare la legittimità formale ed i presupposti di fatto del provvedimento di interdittiva sottoposto al suo sindacato.  

In buona sostanza quanto sopra riferito, ritengo possa significare come non sia oggettivamente corretto che, sulla base di presupposti così labili come quelli definiti dal codice antimafia, possa essere attribuito al Prefetto il potere di adottare misure preventive di portata così pervasiva, soltanto sulla scorta di elementi che siano meramente immaginari ed aleratori.

Sant’Agostino in un passo del De civitate Dei ha affermato che uno Stato senza Diritto è una banda di briganti” identificando il diritto non con la semplice legge, bensì con tutto ciò che la legge è tenuta a riconoscere. In forza di ciò, per rimanere nell’ambito del tema, continuo a ritenere che la nobile e serissima esigenza di contrastare la criminalità organizzata possa essere affrontata e vinta rispettando il sistema delle garanzie proprie dello Stato di diritto, identificando il diritto non già con la semplice legge, bensì con tutto ciò che la legge è tenuta a riconoscere.

Non è, infatti, la legge che fonda la verità, ma è la verità che dà fondamento alla legge. Pertanto le leggi devono essere il frutto della coscienza di un popolo e non già espressioni impositivamente definite dall’alto. Il popolo, infatti, rispetta le leggi soltanto perché le sente come sue, perché ne è partecipe e ne è profondamente e coscientemente orgoglioso. Occorre avere il coraggio civile di riportare lo Stato alla sua naturale e nobile funzione di fonte produttiva di equità e di sicurezza sociale per evitare che lo stesso appaia ai consociati come soggetto che riflette espressioni di ingiustificata prepotenza, di distorta incertezza e di instabilità.

In buona sostanza occorre avere la dignità e la forza di riattribuire prestigio e valenza allo Stato di diritto la cui esaltazione non significa inibire o attenuare forma alcuna di contrasto alle pulsioni malavitose, bensì assicurare che i diritti di tutti i cittadini non vengano – con l’improvvido avallo dell’attuale prosopagnosica giurisprudenza del G.A. – sistematicamente calpestati senza garanzie.

La sospensione del diritto, purtroppo tanto cara al non esaltante legislatore dei nostri giorni, nonché l’introduzione di strumenti dell’emergenza, quali quelli di cui oggi ci occupiamo, possono avere una loro utilità soltanto se usati in casi rarissimi ed in situazioni assolutamente circoscritte e per di più vanno adoperati con assoluto espresso rigore per prevenire il sostanziarsi di prevaricazioni ed ingiustizie.

Con espresso riferimento al fenomeno delle interdittive generiche il non illuminato legislatore di questi nostri tempi ha creato – sia pur nel tentativo astrattamente lodevole di istituire una nuova frontiera contro le infiltrazioni c.d. mafiose – un mostro di inciviltà giuridica, un obbrobbio giudiziario che, calpestando il principio della presunzione di innocenza, ha determinato un essenziale vulnus, fondato sul sospetto e sull’aberrazione della presunzione di colpevolezza, che mina alla radice il principio della certezza dei diritti.

In buona sostanza un vero e proprio disastro per lo Stato di diritto in cui le libertà di ciascun cittadino restano affidate e senza garanzie agli organi della P.A. procedente e con il nuovo codice antimafia ad una sola parte del processo, ossia l’accusa, addirittura in tempo anteatto allo svolgimento dello stesso. Il sistema delle interdittive in pratica è teleologicamente preordinato – con l’avallo di una appunto prosopagnosica giurisprudenza – al solo distorto obiettivo di punire prima del giudizio.

La normativa in parola ha aperto la porta, purtroppo, senza riflessione alcuna in sede giudiziale, a quella cultura del sospetto che simboleggia l’esatto contrario di quella che dovrebbe essere la regola di ogni democrazia liberale che, fra l’altro, confligge in maniera e misura più che evidente con i principi di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e di presunzione di innocenza consacrati dalla Carta nonché con il diritto della proprietà privata che, come è noto, può essere sacrificato e limitato soltanto mediante giusto indennizzo.

Il sistema di tassatività sostanziale – a mio avviso, impropriamente prefigurato dal G.A. e segnatamente esaltato dall’ottica giustiziale incomprensibilmente uniforme e granitica della III^ Sezione del Consiglio di Stato e sostenuto dalla assoluta indeterminatezza delle condizioni legislative che consentono al Prefetto di emettere interdittive antimafia generiche – appare quanto di più illiberale ed insostenibile possa immaginarsi per uno Stato di diritto che per vocazione naturale ha messo costituzionalmente al bando gli oscuri fantasmi (paure e sospetti) caratteristici  dello Stato di polizia che inibiscono qualsiasi sindacato di compatibilità con i principi garantisti propri di un moderno Stato di diritto quale presumo ancora essere il nostro.

Nonostante l’assoluta rilevata indeterminatezza dei labili presupposti normativamente dettati, la valutazione in sede giurisdizionale delle conclusioni alle quali l’autorità procedente perviene solo per il caso di manifesta illogicità, irragionevolezza e travisamento dei fatti, avvalorata dall’esegesi condotta dal G.A., fa sì che il sindacato di quest’ultimo sulla legittimità dell’informativa antimafia resti confinato in un ambito estremamente ristretto dal quale rimane paradossalmente del tutto estraneo l’accertamento dei fatti, anche di rilievo penale, posti a base del provvedimento di interdittiva.

Invero le situazioni indiziarie del descritto sistema di tassatività sostanziale postulate dalla III^ Sezione del Consiglio di Stato ipoteticamente atte a sostenere ed integrare le, comunque, ribadisco, improprie e labili indicazioni legislative, conducono, sempre nella ricordata ottica del G.A., a considerare legittimi i provvedimenti interdittivi anche in presenza di provvedimenti contrari del Giudice Penale allorquando le sentenze di proscioglimento o di assoluzione, da cui pure emergano valutazioni che non superino la soglia della punibilità penale, si pongono comunque, soltanto però sul piano meramente ed ingiustificatatamente ipotetico, quale momento sintomatico (e qui è il disastro ermeneutico) della contaminazione mafiosa.

In buona sostanza, mercé l’avallo giustiziale sopra riferito, si consente al Prefetto di utilizzare un margine di accertamento e di apprezzamento discrezionale di ampiezza senza precedenti, nella ricerca e nella valutazione dei fatti sintomatici di eventuali connivenze o collegamenti di tipo mafioso.  

Siffatto costrutto concettuale non appare condivisibile, perché l’interdittiva al di là della, a mio avviso, non corretta attuale vulgata giurisprudenziale, non può mai essere considerata atto preventivo di natura cautelare in senso proprio, bensì, momento provvedimentale definitivamente conclusivo del procedimento.

A ben riflettere, così come allo stato concepito, esso si manifesta piuttosto come documento di stampo meramente politico, anzi sociologico, una misura di astratta previsione sociale quasi sempre sorretta dall’ingiustificato ed insignficante stereotipo rappresentato dalle generiche informazioni riferite come acquisite “dalle Forze di Polizia” che, invece, al contrario anche di quanto erroneamente ritenuto dall’attuale giurisprudenza, riflette unicamente effetti defintivi, conclusivi e dissolutori del rapporto giuridico tra impresa e P.A.

In ragione di questa che a me appare evidenza più che lapalissiana, ritengo si possa  intravedere la possibilità di una svolta capace finalmente di iniziare ad erodere il tetragono monolite normativo avallato da una pressoché monocorde intepretazione giustiziale che sin qui ha ipotizzato, salvo rare eccezioni, di delineare concettualmente un’isola che non c’è, i cui paradigmi di riferimento sono rappresentati dalla classificazione dell’istituto quale fattispecie di pericolo che viene considerata vera e propria pietra angolare del sistema normativo c.d. “antimafia” a cui è riconnessa la precipua finalità di liberare il corpo sociale dalla pressione delle organizzazioni criminali attraverso l’ausilio dell’ormai standardizzato evanescente criterio probatorio del più probabile che non” – peraltro espunto dal suo ambito naturale e strumentalmente riadattato alla bisogna – fondato su indizi suppostamente ritenuti gravi, precisi e concordanti  e su dati conoscitivi utilizzabili, sia di natura tipica che atipica.

L’auspicata svolta, peraltro già dogmaticamente individuata ed espressa sia pure da un numero ristretto di giuristi, spero possa trovare finalmente una sua degna collocazione anche in sede giustiziale, con grande soddisfazione e plauso, per quel che vale, da parte mia.

La breccia nel muro del costante e monocorde leitmotiv delle decisioni giustiziali sin qui espresse, ciascuna delle quali pressoché sovrapponibili l’una all’altra, in quanto tutte rigorosamente informate e soggiacenti al mantra del politicamente corretto va aperta con il coraggio della ragione che deve necessariamente porsi in contrasto con l’ovattato e primordiale istinto di conservazione del pedissequo stare decisis del non esaltante orientamento giustiziale sin qui consolidato e che qui sommessamente ma con forza ritengo di poter contestare proprio sul piano della sua  costruzione  logica.

Con spirito di presidio ermeneutico e culturale degno assertore dei principi propri   dello Stato di diritto, occorre avere il coraggio e l’onestà intellettuale di porre un argine ad interdittive di mafia arbitrarie.

In ragione di ciò ritengo del tutto indispensabile chiarire, anche in sede giustiziale oltre che legislativa, perché mai il codice antimafia, nella parte in cui, con un provvedimento fondato su supposti “risalenti rapporti”, – viepiù in assenza di sentenze di condanna  e senza che sia emerso nel tempo, alcun condizionamento, nelle decisioni cruciali per la vita della società interdetta, ad opera di esponenti della criminalità – non preveda il necessario contraddittorio in favore del soggetto destinatario del provvedimento c.d. antimafia.

Non appare privo di significato rilevare come mai il G.A. non valuti in alcuna misura il fatto che il provvedimento di interdittiva sottoposto al suo esame di garanzia sociale e giuridica qualificata sia stato assunto dall’autorità prefettizia senza alcun contraddittorio tra la P.A. ed i soci dell’impresa, e, quindi, in totale assenza della essenziale fase partecipativa del procedimento amministrativo in ragione (per vero soltanto astrattamente commendevole) della necessità di anticipare l’eventuale pericolo di infiltrazione. 

Non riesco a comprendere come mai il  G.A., non prenda in considerazione alcuna l’evidenza che il provvedimento di interdittiva non costituisce misura provvisoria e strumentale bensì si connota quale “atto conclusivo del procedimento avente effetti definitivi, conclusivi e dissolutori del rapporto giuridico tra l’impresa e la P.A., con riverberi assai durevoli nel tempo, se non addirittura permanenti, indelebili ed inemendabili”, dal momento che l’interdittiva ha come effetto “la sostanziale messa al bando dell’impresa e dell’imprenditore (a tal proposito è agghiacciante la frase contenuta in una sentenza del G.A. nella quale si è sostenuto che l’interdittiva “è come un diamante: eterna). Infatti la sostanziale messa al bando dell’impresa e dell’imprenditore che da quel momento e per sempre, non possono rientrare nel circuito economico dei rapporti con la P.A. dal quale vengono estromessi, costituisce l’equivalente di una sostanziale condanna a morte.

In ogni caso non appare revocabile in dubbio che il provvedimento di interdittiva giammai possa essere considerato parte dei provvedimenti interinali e cautelari che consentono di escludere la necessità del contraddittorio, viepiù che la doverosa partecipazione al procedimento amministrativo, che deve essere garantita attraverso l’ascolto delle ragioni del destinatario del ricordato provvedimento interdittivo, “non ha controindicazioni perché il soggetto nei cui riguardi opera la misura non ha alcuna possibilità di mettere in atto strategie elusive o condotte ostruzionistiche con l’intento di sottrarsi al provvedimento conclusivo”. In buona sostanza il contraddittorio tra Prefetto ed impresa “assume importanza essenziale ai fini della tutela della posizione giuridica dell’impresa, la quale potrebbe offrire al Prefetto prove ed argomenti convincenti per ottenere un’interdittiva liberatoria, pur in presenza di elementi o indizi sfavorevoli”.

Inoltre, e questa è cosa di non poco momento, va considerato che l’effetto del provvedimento interdittivo, così come oggi normativamente concepito e giustizialmente interpretato, determina la sostanziale messa al bando dell’impresa, senza che di contro sussistano, il più delle volte, motivi giuridicamente validi che possano escludere a priori la previsione del contraddittorio stesso.  

Va inoltre considerato, cosa che il Consiglio di Stato non ha purtroppo mai fatto, che la garanzia partecipativa con riferimento alle interdittive antimafia assume speciale ed ineludibile importanza “in relazione ad almeno tre circostanze”.

La prima è rappresentata dal fatto che le valutazioni prefettizie possono fondarsi su una serie di elementi fattuali, taluni dei quali tipizzati dal legislatore ex articolo 84, 4° comma, del Decreto Legislativo n°159/2011 (c.d. reati spia), mentre altri elementi fattuali (c.d. a condotta libera) sono lasciati al prudente e motivato apprezzamento dell’Autorità amministrativa che può desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa (cfr. articoli 91, 6° comma, Decreto Legislativo n°159/2011) anche da provvedimenti di condanna non definitiva per reati strumentali alle attività sociali, ovvero da elementi da cui risulti che l’attività di impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare la criminalità organizzata o esserne in qualche modo condizionata (cfr. ex plurimis Cons. Stato, Sez. III, 30.1.2019 n°758).

La seconda è che tale sopra espressa ipotesi di condizionamento indiretto comprende un numero di evenienze davvero molto significativo e, comunque, appare di difficile distinzione rispetto ai casi di imprese che subiscono la criminalità organizzata, risultandone vittime.

La terza, infine, è costituita dall’obiettiva evidenza che il G.A., chiamato a soppesare la gravità delle circostanze poste a base della valutazione prefettizia, è abilitato ad esercitare un sindacato giurisdizionale estrinseco sull’esercizio di siffatto potere che comporta un pieno accesso ai fatti rivelatori del pericolo, consentendo al medesimo di sindacare l’esistenza o meno dei fatti stessi (eccesso di potere quale vizio della funzione, mai purtroppo sin qui a sufficienza valutato).

In considerazione delle su espresse ragioni non appare revocabile in dubbio che il contraddittorio tra il Prefetto e l’impresa nella fase procedimentale assume un’importanza davvero rilevante ai fini della tutela della posizione giuridica dell’impresa stessa la quale ben potrebbe offrire al Prefetto prove materiali ed argomentazioni convincenti, di rilevanza e pregnanza tali da ottenere un provvedimento di liberatoria dell’interdittiva anche in presenza di elementi ed indizi c.d. sfavorevoli.

Un’ulteriore considerazione, di non poco momento, va altresì aggiunta  a sostegno del ragionamento sin qui da me espresso e che può additivamente far ritenere impropria l’attuale giurisprudenza del Consiglio di Stato, nasce da una recentissima ordinanza  (n°732 dell’11.12.2020) resa dal TAR della Calabria, Sezione distaccata di Reggio Calabria, la quale ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 92 del Decreto Legislativo 6.11.2011 n°159, per contrasto con i principi di eguaglianza, proporzionalità e ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Carta, con il diritto al lavoro di cui all’articolo4 e con il diritto di difesa di cui all’articolo24, sempre della Costituzione.

Il prefato articolo 92 del Decreto Legislativo n°159/2011 infatti, a sentire per vero non improprio del predetto giudice a quo, genera una più che evidente disparità di trattamento tra i soggetti destinatari di misura di prevenzione e quelli attinti da provvedimento di interdittiva antimafia, laddove in quest’ultima materia esso preclude, all’autorità amministrativa irrogatrice il provvedimento (Prefetto) la possibilità di escludere – al contrario di quanto invece attribuisce all’AGO, ex articolo 67, 5°comma del D.lgs n°159/2011 – le decadenze ed i divieti previsti, nel caso non infrequente, di mancanza dei mezzi di sostentamento materiali ed economici all’interessato destinatario del provvedimento di interdittiva generica, dal momento che ciò concretizza appunto l’evidente ed irragionevole disparità denunciata con la prefata ordinanza.  

Alla luce delle prefate non secondarie considerazioni e della putroppo  draconiana chiusura operata sin quì dal G.A., con il granitico e monocorde indirizzo giurisprudenziale non condiviso, ritengo che al fine di affrontare e risolvere in termini di giustizia sostanziale la questione delle interdittive generiche e per riportare fuori dall’ombra in cui è caduto l’intero sottosistema della prevenzione, sia necessario, in sede legislativa, ridare forza e vigore al lineare meccanismo delle garanzie e dei diritti fondamentali indispensabili e propri di uno Stato di diritto.

In buona sostanza, occorre un mirato intervento legislativo che si proponga finalmente di abbandonare  l’idea del rigore destruente fin qui disegnato e di dar vita ad un quadro normativo funzionalmente più costruttivo in cui lo Stato non abbia la preoccupazione di bandire comunque le imprese che hanno subito (in forma soggiacente) tentativi occasionali di infiltrazione da parte della criminalità organizzata, incidendo negativamente anche interessi di soggetti estranei irrazionalmente ed inopinatamente coinvolti.

Il principio di legalità sotanziale, infatti esprime un’esigenza del tutto opposta e diversa dall’ermeneusi sin qui seguita dal Consiglio di Stato. E ciò perché, se è vero che con disposizione legislativa appare logico e possibile predeterminare sia il reale potere della Amministrazione che la tipologia del relativo provvedimento che deve dalla stessa essere emanato, è altrettanto fondato il dato paradigmatico ed essenziale che di siffatto potere debbano, sempre ed in ogni caso, essere correttamente definiti caratteri e confini.

Quello che invece il G.A. ha fatto, è di aver determinato una situazione artificiale di prosopagnosia in cui non si riescono ad apprezzare differenze di sorta e tutto indistintamente si confonde nel marasma di quella indefinita nebulosità concettuale   ben rappresentata dall’antico ed icastico adagio secondo il quale al buio tutti i gatti sono bigi.  

[Intervento tenuto il 15 gennaio 2021 nella Tavola Rotonda condotta in modalità webinar, piattaforma Zoom, sul tema “Distorsione delle informative interdittive antimafia e scioglimento dei Comuni” organizzato dai Rotary club di Nicotera Medma, Gioia Tauro, Tropea e dall’Ordine degli Avvocati di Vibo Valentia, moderata da Giacomo Francesco Saccomanno (Giornalista e Responsabile Scientifico della Fondazione A. Scopelliti) e con la partecipazione di Luciano Maria Delfino (Componente del Comitato Scientifico di Filodiritto e Componente del Comitato Scientifico di Milano Vapore), di Nicola Durante (Presidente di Sezione del T.A.R. Campania – Salerno), di Gelsomina Silvia Vono (Senatore della Repubblica), di Francesco Neri (Consigliere della Corte di Appello di Roma) e di Cesare Mirabelli (Presidente Emerito della Corte Costituzionale)]

[1] Delfino L.M. “L’eccesso di potere nelle interdittive antimafia” in Filodiritto editore, rivista on line www filo diritto.com, gennaio 2016; Delfino L.M. “Ancora qualche riflessione ermeneutica quanto meno di buon senso sull’abnorme potere discrezionale della P.A. procedente in tema di interdittive” in Filodiritto editore, rivista on line www filo diritto, com, ottobre 2016; Delfino L.M. “Lo scioglimento per mafia dei Consigli delle Amministrazioni Locali - (Il faut défendre les principes et les valeurs de l’Etat de droit)” in Filodiritto, rubrica “Officina giuridica delle libertà”, www.filodiritto.com, giugno 2019; Delfino L.M. “Eppur si muove: prove qualificate di erosione di un monolite illiberale che ….…. infiniti addusse lutti ai principi ed ai valori …… dello Stato di diritto” in Filodiritto, rubrica “Officina giuridica delle libertà”, aprile 2020;

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